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Reportage
26 aprile 2019 - Sito - Libia - Il giornale.it |
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| La battaglia di Ein Zara: un inferno di fuoco in Libia |
| Fausto Biloslavo TRIPOLI - Il sibilo del proiettile ti ronza nelle orecchie un attimo prima che centri un muro già sbrecciato dai combattimenti sollevando uno sbuffo di polvere a pochi passi da noi. Un maledetto cecchino sta tenendo sotto tiro l’incrocio da dove parte l’ennesima spallata dei combattenti di Misurata contro le linee del generale Khalifa Haftar a Ein Zara, sobborgo di Tripoli. Mohammed Drah, che zoppica vistosamente per una ferita all’anca della battaglia precedente grida come un ossesso contro il franco tiratore annidato chissà dove fra le case. Poi si stufa e imbraccia il kalashnikov sparando qualche raffica, ma il cecchino non demorde. Almeno una ventina di colpi mirati ci tengono inchiodati per oltre un’ora al riparo di un alto muro di cemento. Quando vede un’ombra il cecchino spara e i proiettili rimbalzano sulla strada a due metri dal nostro riparo. Ogni tanto tira sopra il muro per innervosirci con i colpi che si conficcano rumorosamente sul tetto in lamiera di un capannone davanti ai nostri occhi. Nel caos della battaglia spuntano da una strada laterale tre automobili bianche zeppe di civili terrorizzati. Mohammed, giubbotto anti schegge e calzoni mimetici fino a sotto il ginocchio, imbraccia una mitragliatrice tenendosi attorno al collo il nastro dei proiettili in stile Rambo. E urla ai poveretti in fuga dai combattimenti: “Sparano, vi copro, ma girate a destra a tutta velocità senza mai fermarvi”. Alla fine un bulldozer che usa la pala come scudo, le macchine blindate e le “tecniche”, i fuoristrada con le mitragliatrici pesanti piazzate sul cassone dietro, avanzano a tutta velocità lungo l’assolata striscia d’asfalto che porta verso l’aeroporto internazionale chiuso dal 2014. E il cecchino si volatilizza. La prima linea è un inferno. Un governativo spara sventagliate di mitragliatrice in mezzo alla strada incurante dei proiettili che volano dappertutto. Le urla “Allah o akbar” (Dio è grande) si mescolano allo sferragliare di un cingolato di fabbricazione russa, che arriva a dare man forte. La fanteria raccogliticcia trova riparo sui lati della strada. Il tonfo assordante delle raffiche di proiettili da 23 millimetri, che tirano giù un muro, è continuo. La tattica d’assalto sembra semplice ed efficace: le “tecniche” avanzano a folle velocità, spesso in retromarcia, con il mitragliere che spara all’impazzata e poi tornano indietro al riparo di montagnette di terra che bloccano la strada. “Giornalista salta su, che ti porto a filmare quando colpisco le postazioni di Haftar” è il folle invito di un mitragliere, che garantisce sulla blindatura della copertura dell’arma antiaerea ad alzo zero. Trentacinque anni di reportage di guerra, da una parte mi spingono ad accettare l’invito e dall’altra a capire molto bene che è una follia. “Grazie sarà per la prossima” rispondo al combattente un po’ deluso. Dietro all’ultimo vallo di terriccio rosso i governativi hanno piazzato un lanciarazzi cinese stile katyusha e stanno caricando proiettili di mezzo metro. A fianco un combattente ragazzino in uniforme chiazzata e berrettino da baseball erutta fiammate improvvise con la sua mitragliatrice. Il boato e una nuvola di fumo segnalano che un razzo è partito per piombare sulle postazioni di Haftar sollevando una colonna di fumo nero trasportata dal vento. Per andare più avanti l’unica possibilità è correre come una lepre rasente al muro di cinta delle case facendo lo slalom fra una fila di alberi sfilacciati dai proiettili. La terra di nessuno, lungo la striscia d’asfalto teatro della battaglia, è disseminata di detriti con le “tecniche” che ad ogni valanga di fuoco avanzano di qualche metro. In quattro ore di aspri scontri arrivano di continuo rifornimenti di munizioni. Le pallottole di kalashnikov, che hanno il calibro più piccolo, sono trasportate in grossi bottiglioni di plastica solitamente usati per le riserve d’acqua, ma che risultano efficaci e utili. I proiettili vengono “versati” negli elmetti e distribuiti ai combattenti. Le raffiche dalle posizioni di Haftar arrivano a intermittenza ed ogni tanto il lugubre fischio di una granata di mortaio o di un razzo supera le nostre teste. La resistenza, però, non è scatenata. L’obiettivo dei governativi come ha ammesso il generale Ahmad Abu Hashmeh è “tagliare le vie di rifornimento alle linee di Haftar” ancora annidate nei sobborghi di Tripoli. L’operazione “Vulcano di rabbia\\\\\\\" punta a stringere le truppe dell’uomo forte della Cirenaica in una sacca puntando su tre assi diversi verso l’aeroporto internazionale. Allo scalo distrutto da anni sono arrivate da pochi giorni le forze di Zintan al comando di Idriss Mahdi per rafforzare le linee di Haftar. Il generale ha annunciato la mobilitazione dei corpi speciali ordinando infiltrazioni in città, che potrebbero scatenare battaglie per le strade. Non solo quando arrivi, ma anche per andarsene dalla prima linea vieni rincorso dai proiettili in una pazzesca corsa verso le retrovie. Gli ultimi bollettini di guerra parlano di 272 morti, 1282 feriti e quasi 35mila sfollati. La battaglia di Tripoli continua. |
| [continua] |
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26 marzo 2011 | Studio Aperto | reportage
Diario dalla Libia in fiamme
Diario dalla Libia in fiamme
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01 luglio 2019 | TG4 | reportage
#IoNonStoConCarola
“Io non sto con Carola”, la capitana trasformata in eroina per avere violato la legge. E bisognerebbe dirlo forte e chiaro per rompere questa illusione di solidarietà maggioritaria pompata ad arte dalla sinistra, da Ong talebane dell’accoglienza, una bella fetta dela Chiesa e dai pezzi da novanta del facile buonismo radical chic come Saviano, Fazio, Lerner e Murgia.
Per non parlare del governo tedesco e francese, che con una faccia di bronzo unica, ci fa la morale sulla capitana.
Ovviamente è passato sotto silenzio un sondaggio del 27 giugno su Rai3, non proprio una rete mangia migranti, che svelava come il 61% degli italiani fosse contrario all’attracco della nave Sea watch a Lampedusa, ancora prima dell’epilogo forzato deciso dalla capitana.
Se al volante della tua automobile trovi lungo la strada un carabiniere con la paletta che intima l’alt, cosa fai? Accosti e non sfondi il posto di blocco. Se speroni la macchina dell’Arma vieni rincorso armi in pugno e ti arrestano, ancor più se a bordo hai dei clandestini. E nessuno si sognerebbe di alzare un dito in tua difesa con pelose giustificazioni umanitarie.
Carola Rackete ha sfondato il blocco ordinato dal Viminale, violato la legge, speronato una motovedetta mettendo in pericolo la vita dei finanzieri a bordo e la stanno trasformando in un’eroina dei due mondi.
Non solo: da oggi potrebbe essere libera e bella.
Un mondo alla rovescia dove le Ong si sostituiscono agli stati e fanno quello che vogliono calpestando la sovranità nazionale del nostro paese.
Per non parlare del paradosso che Sea watch, grazie al polverone sollevato, ha pure incassato oltre un milione di euro con raccolte fondi in Germania e in Italia per la difesa dell’eroina dei due mondi.
Carola ha agito in stato di necessità per “salvare vite umane” sostegno i suoi fan. Ma se vogliamo salvare veramente i migranti in Libia, a cominciare da quelli rinchiusi nei centri di detenzione, dobbiamo continuare a riportarli a casa loro come sta facendo a rilento e fra mille difficoltà una delle agenzie dell’Onu, difficile da paragonare a SS moderne.
E non andarli a prendere al largo della Libia come ha fatto la capitana, che rimane indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E piuttosto che sbarcarli in Tunisia il posto più vicino a sicuro li ha portati dritta, dritta in Italia per creare un caso politico usando come paravento “le vite salvate in mare”
La dimostrazione è la pattuglia di parlamentari di sinistra salita a bordo in favore di telecamere.
L’obiettivo finale dei talebani dell’accoglienza è tornare a spalancare le porte dell’Europa agli sbarchi di massa del passato con 170mila arrivi all’anno in Italia
Non si tratta di parteggiare per Salvini o il governo, ma di smetterla di farci prendere in giro trasformando la capitana che ha violato scientemente la legge in un’eroina. Per questo gli italiani, primi fra tutti i moderati dotati di buon senso, dovrebbero dire forte e chiaro “io non sto con Carola”.
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03 aprile 2011 | TGCOM | reportage
Tripoli, il reportage
Tripoli, il reportage
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18 marzo 2011 | Radio Capodistria | intervento |
Libia
IL vaso di pandora
IL vaso di pandora
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26 aprile 2011 | Radio 101 | intervento |
Libia
Con Luxuria bomba e non bomba
Il governo italiano, dopo una telefonata fra il presidente americano Barack Obama ed il premier Silvio Berlusconi, annuncia che cominciamo a colpire nuovi obiettivi di Gheddafi. I giornali titolano: "Bombardiamo la Libia". E prima cosa facevamo? Scherzavamo con 160 missioni aeree dal 17 marzo?
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29 aprile 2011 | Spazio Radio | intervento |
Libia
Piegare Gheddafi e preparare l'intervento terrestre
Gli americani spingono con insistenza per un maggiore coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in Libia, non solo per passare il cerino politico agli europei. L’obiettivo finale è piegare il colonnello Gheddafi e far sbarcare una forza di interposizione in Libia, con ampia partecipazione italiana. Un modello stile ex Yugoslavia, dove il contingente occidentale è arrivato dopo l’offensiva aerea.
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22 marzo 2011 | Panorama | intervento |
Libia
Diario dalla Libia
Diario dalla Libia
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02 marzo 2011 | Panorama | intervento |
Libia
Diario dalla Libia
Una nube nera su tutta Tripoli
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